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Articolo del giorno
30/3/2001
"La Tigre e il Dragone" ovvero: "La perdita dell'innocenza"
L'Academy Award's ha decretato e …sai la novità: ha vinto "Il Gladiatore". Bene, detto questo adesso dormiamo sonni tranquilli, non è successo niente di tutto ciò che non era previsto, … viva l'America!
Polemiche a parte il film di questo mese è: "La Tigre e il Dragone"; una bellissima favola ambientata nella Cina dell'ottocento e diretta con maestria da Ang Lee, il taiwanese che avevamo già conosciuto in "Ragione e sentimento", "Il banchetto di nozze "e "Cavalcando con il diavolo". A primo impatto il film dona allo spettatore un'immagine fantastica del mondo orientale, tanto da desiderare il viaggio. Poi viene fuori un forte senso dell'onore, così radicato e positivo, al tempo stesso, da diventare cultura, tradizione; ho invidia per l'equilibrio di certi personaggi orientali. Ma il film ti entusiasma anche per il suo scontro con la cultura occidentale o meglio con gli incidenti occidentali, così che l'eroe del film a danno della tradizione cinese diventa di sesso femminile: Jen, la giovane figlia del governatore che si ribella allo stato delle cose fino a perdere la sua innocenza. Innocenza persa soprattutto per motivi pedagogici, la giovane trae insegnamento dalla perfida governante Volpe di giada.
Essa stessa è la segreta maestra di arti marziali della giovane Jen, ma è anche la figura di donna frustrata che non riesce a progredire come accade all'allieva. Volpe di giada diventa così la cattiva consigliera di Jen ed è così che nasce l'incontro, casuale e sinistro, con quello che potrebbe essere il nuovo maestro di Jen: Li Mu Bai, l'eroico guerriero che decide di regalare la sua antica e preziosa spada "Destino Verde", a vantaggio di un cambio di vita che gli permetta di dedicarsi finalmente alla persona a cui ha sempre segretamente anelato. Quest'ultima (Yu Shu Lien), a sua volta innamorata di Li Mu Bai, diventa il polo positivo di tutta la vicenda.
Il Destino Verde diventa invece, l'oggetto della discordia e la causa dell'incontro-scontro tra Li Mu Bai e Jen, una serie di vicende si alternano portando alla morte lo stesso Li Mu Bai. Ma gili scontri permettono anche il doppio incontro, quello cioè tra Li Mu Bai e Yu Shu Lien nel quale sapranno finalmente dichiararsi il proprio amore e quello nel quale ritornano insieme Jen e Lo, il nomade del deserto che ha conquistato e coinvolta, in una fuga d'amore, la giovane Jen. Lo scontro finale offre a sacrificio Li Mu Bai e riabilita l'innocenza di Jen con una semplice frase di Yu Shu Lien: "La prossima volta che dovrai fare una scelta, cerca di seguire solo il tuo cuore! di: Carmine Iaccio
Articolo del giorno
6/3/2001
"L'ultimo bacio" ovvero: "Generazioni a confronto"
E' il terzo film per Gabriele Muccino, dopo "Ecco Fatto"e "Come te nessuno mai", arriva "L'ultimo bacio", sceneggiato dallo stesso Muccino e splendidamente interpretato da Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno. La storia é di quelle che senti normalmente per strada: una giovane coppia che convive già da un bel pò, un bambino in arrivo ed una distruttiva mancanza di stimoli che costringe soprattutto lui, "Carlo" a sopportare e dirsi menzogne per continuare. Sopra la coppia l'idea pesante del matrimonio che invece di consolidare l'unione, ha come risultato lo scapestramento dello stesso Carlo. Lei, "Giulia", ignara di tutto e convinta della solidità del rapporto, continua a vivere il sogno della famiglia, del bambino che verrà e del matrimonio che presto si celebrerà. Il "là", per il trentenne Carlo arriva nel matrimonio dell'amico Marco, in quell'occasione, infatti si incroceranno gli occhi con una bellissima e dolcissima diciottenne e da qui il tradimento di Carlo. La storia si evolve gonfiandosi per questo nuovo amore, per il tradimento, per la scoperta, per la ricerca della propria identità, per la perdita di Giulia e così via: un crescendo di avvicendamenti che rendono la trama fitta ma semplice. Al centro della storia sembrerebbe esserci il povero Carlo ma in realtà il film insiste su tre generazioni diverse che vivono ognuna il proprio dramma: da una parte la giovane diciottenne che desidera questo partner più grande di lei, come per una figura forte quasi da sovrapporre ad una genitoriale, ed una decisa convinzione di avere accanto la persona giusta. Da un'altra parte una cinquantenne (la madre di Giluia) delusa del proprio legame che sente ed ha paura di invecchiare quando apprende di essere quasi nonna; anche qui una serie di fuggi-fuggi per dimostrare a se stessa di avere ancora qualche chance, di essere ancora piacente e di poter ricominciare tutto daccapo. In mezzo alle due vicende Carlo che riceve questa botta di vita dal flirt con la diciottenne; questo lo rende immenso, incredulo per questa fortuna che non gli spetta e tutto degenera nell'abusivismo di un'età impropria. Tuttavia a capitolare il fatto arriva la consapevolezza di Giulia e la conseguente perdita, da qui la disperazione di Carlo che si rende conto di aver perso, oltre alla testa, il bene più importante: la famiglia. Carlo é il Peter Pan che c'é in ognuno di noi, la voglia che si sviluppa intorno ai trent'anni di non voler più crescere, di volere ancora giocare con la propria adolescenza, di non voler rinunciare alla propria giovinezza, di mantenere ancora una posizione goliardica, di non voler assumere nuove responsabilità, di non voler invecchiare. Ma Carlo é anche il nostro egoismo, quello che ci costringe a richiedere tanto amore e non darne per niente, una sorta di delirio di onnipotenza che tuttavia non tarda a spegnersi per dar luogo alla disperazione, alla ricerca di chi é disposto a sopportarci e finalmente ad amare o meglio a pseudoamare la persona che più ci é vicina. Il film chiude il sipario su di una Giulia che non scappa alla scure del tradimento (questa volta attivo) e a causarlo é, come sempre, il vezzo del compiacimento; come a dire che certe vicissitudini sono il morbillo: prima o poi lo prendono tutti.
ORA ET SONORA
GECO
Mi è sempre bruciato dannatamente, 'sto fatto di non essere mai potuto andare alle cene tra "ex compagni di classe" con lo spirito che si conviene all'occasione. Cioè: guarda quel film di Verdone che trasmettono in televisione ogni due ore, con la videocassetta che pare ripartire in automatico non appena si è riavvolta: bonazze da fare paura, che le incontri dopo vent'anni e sono ancora meglio, e magari sono ansiose di ripristinare una vecchia relazione ferma a quando sfilavi la mano morta da sotto i banchi. Ti immagini, che ne so, che ora sono piene di soldi, col marito da cornificare alla prima occasione, e tu che di mestiere fai proprio la prima occasione e continui lì dove la mano morta si era dovuta fermare per un urlo del professore. Oppure speri che nel frattempo il tuo compagno di banco sia diventato un politico, uno di quelli che sbroglia i problemi, che ti fa avere il condono edilizio in due telefonate, la separazione senza l'obbligo di alimenti, l'annullamento alla Sacra Rota, i sei numeri esatti del Superenalotto.
Alle mie rimpatriate con i compagni di classe, invece, siamo sempre tutti uguali. Tutti brutti, falliti e sognatori. C'era qualche ragazza carina, ma o si è sposata e vive ad Aosta, oppure è sparita; le racchie si cerca sempre di non invitarle: "... sai, avevo perso il numero di telefono... come dici? Abitiamo sullo stesso pianerottolo?... Vabbè, ma sai quant'è che non mi ritiro a casa?...". Così, alla fine, da una classe di venti persone ci si ritrova in cinque o sei: i più disgraziati, quelli che non hanno di meglio da fare, i sadici che ad ogni incontro cercano di consolarsi indagando nella vita di chi sta peggio di loro. Si va avanti per frasi di circostanza, ricordi sbiaditi di episodi semplici che alla fine assumono contorni leggendari: "...ti ricordi il professor Tizio? Una volta lo uccisi, e per ripicca mi rimandò a settembre...". Emerge l'alito pesante di una vita media, forse normale, ma niente a che vedere con i nostri sogni di diciottenni: farò il commercialista, il notaio, l'industriale... e via con le prime cravatte, annodate male sulle camicie chiassose, giusto per presenziare al dibattito culturale in aula magna e vantarsene il giorno dopo, con la dialettica preparata per l'occasione... Si va avanti, dicevo, ma tra sospiri e occhiatacce, ognuno che riflette assonnato sull'altro: "e questo qua voleva fare il musicista?... Con quelle mani callose dal caricare casse di frutta?... E lei? Sessanta sessantesimi buttati tra ammorbidente di lavatrice, pannolini maleodoranti e un marito manesco... E io? E io? E io, porca miseria?...". Terzo giro di birra, o il quarto. Si farfuglia l'inno di classe, una mezza canzonetta volgare inventata durante l'ora di educazione fisica, che serviva per sbeffeggiare l'avversario nelle sfide di calcio improvvisate sul campetto da basket. Quelli che sono lì, insieme a te, sono i migliori, figurati il resto: il resto non c'è più: Orwell li avrebbe chiamati spersone: gente che non è, di cui non hai traccia, che riconosci solo quando qualcuno, a tavola, tira fuori l'ultima foto di gruppo; e ognuno si chiede tra sé, in silenzio, in quale antro di questo mondo di merda sono stati inghiottiti. Mezzanotte: c'è chi tira fuori il telefonino, chiama a casa: "Tutto bene? E i bambini?... Rincaso tra un po', stai tranquilla...". Tre frasi, solo questo. Ma in fondo è un segnale, la realtà che spezza un piccolo momento di magia: è ora di andare. L'ultimo caffè? Prendiamolo al bar di fronte alla vecchia scuola: facciamo conto che sia un rituale. Ma il proprietario del bar ha mollato anni fa, adesso c'è un mezzo pub dai tavoli cromati: il juke-box ti sbatte la cassa house nei timpani come una vecchia vicina sgarbata. "Sei caffè"... "Come?"... "Sei caffè, Dio santo...". E cerca di fare presto, vorresti aggiungere, c'è da scappare via in fretta da tutto questo... Ma intanto già senti la solita, invisibile lacrima amara che ti costringe a corrugare gli occhi. E sai che resterà lì per il resto della notte. di: Carmine Iaccio
Articolo del giorno
14/2/2001
Hollywood e dintorni
Un terribile dramma consumato in un borgo proletario di immigrati boemi. Una povera operaia, (Bjork) costretta ad un buio crescendo, dove la cecità non è il male maggiore, dove cioè conta, sicuramente di più, la somma delle avversità, delle disgrazie ed alla fine anche della volontà di capitolare una vita “spesa bene”. “Ho fatto solo quello che c’era da fare”, così recita la parte centrale del film, una vita fatta di poche gioie reali e di tanti desideri pensati, sognati, fatti di sovrapposizioni fantastiche, meravigliose, così intense da diventare una realtà virtuale: un vissuto doloroso che si contrappone ad un desiderio modesto ma regale al tempo stesso.
La storia vede una donna-operaio che si avvia, per una malattia ereditaria, alla cecità. Essa vive risparmiando su tutto per avere la possibilità, un giorno, di operare il figlio altrimenti costretto alla sua stessa malattia ma, come in tutte le realtà, il cane morde sempre chi ha i pantaloni già strappati, la malasorte si abbatte su di lei, con tutte le forze ed i mezzi possibili, così che anche quelli che finora erano i suoi benefattori adesso diventano arpie; ne segue un gioco crudele che conduce la donna alla forca. Con una traccia simile il rischio è quello di cadere in un pozzo di retorica, viaggiando sui soliti canali della mèlo più scontata.
L’azzardo è proprio qui: veicolare il tutto con il ”musical” (chi avrebbe girato la scena dell’impiccagione al ritmo di uno sfrenato tip-tap. Ma di bello c’è soprattutto un sublime concetto, trattato in poche altre pellicole, una finezza da maestri, personalmente vista solo con Salvatores in “Nirvana” e Lucas in “Il Ritorno dello Jedi”, parlo della giusta valutazione del senso della vista, sia figurato che fisico: questo film ne è il tempio, in esso vi è colei che ha già saturato la vista con le sue emozioni, vi è la forza di chi può, in maniera assoluta non alternativa, vedere senza usare gli occhi, piuttosto il cuore e i sogni.
“Dopo certi sogni, non c’è più nulla nella vita reale che abbia tale intensità”.
(Dirk Bogarde nel film “Providence”). di: Carmine Iaccio
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