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Salvador Dalì, La tentazione di Sant’Antonio
1946, Bruxelles, Musées Royaux des Beaux – Arts de Belgique.

Pittore di enigmi e figure d’ambigua identità, folle per convulsa fantasia, artista delirante con cannocchiale puntato alla rovescia nella mente sognante degli uomini. Dalì è fanatico adulatore dell’io contemporaneo, eclettico investigatore di una coscienza morale affondata e persa tra le alchimie oniriche di un Es che non conosce pudore o misura alcuna, che di fatto fonda dentro sé un mondo neobarocco, animato da impietoso misticismo e morboso erotismo.
Dalì restituisce sulla lastra della pittura le metamorfosi incessanti della storia psichica dell’umanità, inaugurando nel XX secolo un epos rovesciato, un teatro dell’interiore in cui santi e bambini, mostri, donne e animali ricompongono l’assurdo evolversi di un mondo pantagruelico, le cui verità più sconcertano perché figlie di obliata ragione.

Riproponendo un soggetto tradizionale della pittura in Occidente, ritratto da Bosch fino al Morelli, La tentazione di Sant’Antonio del pittore catalano è il manifesto della religione nell’era dell’atomica. Il dipinto segna di fatto l’inizio delle meditazioni daliliane sul tema del Sacro e del suo apparente infrangersi sulle rocce del razionalismo cristiano moderno.
Un invito alla pratica ascetica per una spiritualizzazione della materia. Ma lo sviluppo della fisica quantistica, lo scoppio della bomba atomica inducono Dalì, come fosse Lucrezio, a ritenere che tutto nella realtà sia atomo e che soltanto nell’infinitamente piccolo vi sia energia.
Il Santo scaglia lo scudo esorcizzante della croce contro una processione circense di elefanti pilastriformi, reggenti architetture ed obelischi. In avanguardia, un cavallo bianco imbizzarrito, simbolo del potere, seguito da un piedistallo con una donna nuda e voluttuosa, poi un obelisco da forme arcane, ancora un elefante con architetture rinascimentali, infine, di lontano, un altro elefante montato da una torre fallica. Tra le nuvole, un Olimpo monastico, immagine di una Gerusalemme Celeste desolata, senza santi né Dio.
Fecondità salvifica di un irrazionale che irrompe nella vita, devastandone le strutture della civiltà, redimendo la carne umana, incancrenita di mistico orgoglio.
Visioni come queste, come tante, tante altre partorite dal pittore catalano, lasciano dubitare circa la sanità mentale dell’artista. Che Dalì fosse pazzo? Forse sì, forse no…
Il pittore avrebbe risposto: «L’unica differenza tra un pazzo e me consiste nel fatto che io non sono un pazzo». E aveva ragione. Lui non era pazzo.
Era semplicemente Dalì.

Giuseppe Falanga

 
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