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John Everett Millais, Ofelia 
1851-1852, Tate Gallery, Londra

Fondatore nel 1848, con Hunt e Rossetti, della 'Confraternita Preraffaellita', il pittore inglese J. E. Millais contribuisce con la sua opera a caratterizzare il nascente gruppo artistico prelevando tematiche e soggetti dalla letteratura classica moderna e trasponendoli in una pittura fortemente realistica, fedelissima, quasi a mo' di fotografia, al dato naturale.
Nel dipingere l'Ofelia, Millais fa riferimento alla tragedia shakesperiana 'Amleto', in particolare a quanto la regina Gertrude afferma nella IV parte circa il suicidio della giovane donna.

Ofelia galleggia sulle acque limpide del ruscello, trattenendo appena la ghirlanda di fiori con la quale aveva giocato lungo la riva. Non è ancora morta. Le mani in abbandono, le labbra socchiuse, il corpo disteso esprimono l'ultimo gesto di disperata rassegnazione per l'amore impossibile di Amleto. È un gesto di abbandono, un ritorno alla natura totale, cieco e appassionato; una caduta nel profondo dolore dopo l'ultimo volo della follia. Il paesaggio, tutt'intorno, accoglie Ofelia nel suo grembo di pace. 
Disse bene Ruskin, critico dei Preraffaelliti: "il più bel paesaggio inglese devastato dal dolore".
Ma quali parole possono tessere un commento migliore al dipinto se non le stesse del poeta che ispirò il pittore? Ascoltiamolo nella traduzione di Eugenio Montale.

«In quel ruscello dove un salice sghembo
specchia le sue brinate foglie nella corrente vitrea;
là ella intrecciava fantastiche ghirlande
di ranuncoli, d'ortiche, di margherite,
e di quelle lunghe orchidee purpuree
alle quali i franchi pastori dànno un nome più volgare,
ma che le nostre fredde vergini chiamano dita di morte;
e lassù, mentre s'arrampicava per appendere
i suoi diademi d'erba alle pendule fronde dell'albero,
un invidioso ramo si ruppe, e quei trofei
ed ella stessa caddero nel ruscello. Le sue vesti
si gonfiarono intorno e la sostennero
per qualche tempo come una sirena,
mentre ella intonava spunti di vecchie canzoni,
quasi fosse inconscia della propria sventura,
o come una figlia dell'acqua, familiare
a quell'elemento. Ma per poco, poiché le sue vesti,
pesanti per l'acqua assorbita, trascinarono l'infelice
dal suo melodioso canto a una fangosa morte».


(Amleto, IV, VII) 

Giuseppe Falanga

 
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