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Joan Mirò, Nudo 
1926, Filadelfia, Museum of Art 


Aneddoto, metafora, metamorfosi.
Tre soluzioni poetiche per un’unica caparbia gioconda retorica: ‘uccidere la pittura’.
Sì, Joan Mirò voleva uccidere la pittura e, stando alle sue opere, pare vi sia riuscito. 
Dopo le prime esperienze del 1917-18, dalle quali traspare l’interesse dell’artista per le formule cubo-futuriste, Mirò realizza la necessità di primitivizzare ogni teoria d’avanguardia, per assestare su più certi sentieri il cammino pittorico, recuperando le tracce archetipe del paesaggio catalano, affinando visioni poetiche scaturenti dalla spontaneità di segni ‘essenziali’, quella mediterraneità di forme simboliche fluttuanti sotto l’onda della Storia. 

Joan Mirò non fa altro che decantare, nella prima metà del Novecento, una lirica delle cose eloquenti, di isole sommerse nell’oceano di un indistinto sentire, che rivelano l’altra faccia della realtà, quella non analizzata nelle autopsie cubiste, ma esaltata nelle sue inquietanti, surrealistiche dissonanze iconiche. 
Tuttavia, non si può parlare di surrealismo alla Mirò tout court. Più che Breton, col suo anti-metodo dell’automatismo, è Apollinaire, col suo fantasioso ‘sovranaturalismo’ ad offrire in poesia il corollario dei dipinti dell’artista catalano.
Si guardi al Nudo del 1926. C’è chi vede un pesce, chi una cipolla, chi un’iride o un albume d’uovo insieme ad altri motivi geometrici irregolari. Sono invero metafore del viver comune, sembianze di donna, seni e chioma, ricomposte in un’anatomia ‘traslata’ per associazioni inconsce che mutano in novità l’ordinario aspetto del reale. Per Mirò, tutto è altrove, tutto è segno.

Giuseppe Falanga

 
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