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- Introduzione
- Bronzino, Ritratto di scultore
- Caravaggio, Canestro di frutta
- Carpaccio, Sogno di Sant'Orsola
- Cézanne, Frutta con gerani
- Dalì, La tentazione di Sant’Antonio
- Edvard Munch, Lurlo
- Giotto, Il Presepe di Greccio
- H.Flandrin, Giovane seduto
- H.Rousseau, La guerra
- Mondrian, L'albero rosso
- J. Millais, Ofelia
- Joan Mirò, Nudo
- Picasso, I saltimbanchi
- Picasso, I saltimbanchi
- W.Turner, La tempesta di neve
- Tiziano, Venere d’Urbino
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Henry Rousseau Il doganiere, La guerra
1893, Parigi, Museo d’Orsay
La grande tela fu esposta al Salone degli Indipendenti nel 1893. Perduta traccia della sua collocazione per circa cinquant’anni, nel 1944 era già in possesso di L. Angue, acquistata due anni dopo dal Museo del Louvre da E. Mignon. Si tratta di una delle più eloquenti immagini della morte che la storia dell’arte occidentale potesse consegnarci. Verrebbe da dubitare: cosa ha da dire un’immagine di morte? Molto, più di quanto si creda, soprattutto se a dipingerla è Rousseau Il doganiere, un maestro dello spirito e del colore, affascinante e affascinato da quel gusto per l’esotico tanto osannato da Gauguin.
Paradosso: l’opera oggi è considerata il manifesto del pacifismo di Rousseau, l’opera in cui il pittore ha saputo meglio comunicare il sentimento di paura del suo tempo, l’incalzante coscienza della crisi, la necessità di un ripristino totale della pace.
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Il doganiere non fa altro che dipingere su tela, e non è mica poco, la furia devastante della guerra, che non risparmia né uomini né alberi, cieca espressione del male assurdo, rovina ultima di una generazione perversa che al progresso ha prostituito e sacrificato i propri figli.
Lo stile di primo acchito sembra richiamare quelle figurazioni che si ritrovano sulle pareti dei nidi d’infanzia: a guardarle, i bimbi stupiscono per la magia dei colori e delle forme, per quella miscela compositiva tanto elementare da consentire un’immediata comprensione del messaggio. Qui è ben altra cosa: il linguaggio è sì lo stesso, semplice ed essenziale, ma non c’è rappresentazione più crudele di questa offerta da
Rousseau, non soltanto perché si tratta di una scena di guerra, ma per il modo in cui il pittore ha voluto “manifestare” la guerra, con l’ingenua narrazione di chi dice tutto, senza finzioni. Braccia monche, corpi ammassati dilaniati, visi beccheggiati da corvi: una pennellata calma, finanche meditata, drammatica e flemmatica ad un tempo, riesce a ricomporre in simbolo il senso tragico di un possibile destino umano. Il cavallo nero: la bestia apocalittica che va in giro cercando chi sbranare.
Un’immagine allegorica, certo. Una fantasmagoria inconscia che emerge e sobbalza dilaniando la coscienza. Di fatto, essa è
‘eventualizzata’, cioè dipinta come se accadesse sempre, come se quel macabro trionfo si avverasse ogni volta in cui la si guarda, perché resa eterna dal pittore, che ha innescato un corto circuito tra idea e realtà. La circolarità accomodante delle sintesi emotive s’interrompe, lasciando che l’ideale trabocchi nel reale e lo sconvolga, mitizzandone la sostanza, purificandone l’apparenza. Più tardi,
Picasso, nella Guernica, avrebbe esasperato l’operazione del
Rousseau, salutato come suo maestro, giungendo alla conclusione che ‘primitivo è
popolare’, linguaggio e stile universali. L’immagine resta fissa lì, stampata negli occhi dello spettatore come una icona medievale, detentrice della medesima ieratica potenza.
Sul catalogo della mostra, il pittore aveva annotato: “La guerra passa spaventosa, lasciando dappertutto la disperazione, i pianti, la rovina”. Così è stato, così è.
Giuseppe Falanga
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