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Caravaggio, Canestro di frutta
1596, Milano, Pinacoteca Ambrosiana


Donato dal Cardinal Del Monte a Federico Borromeo, il dipinto Canestro di frutta, firmato dal Caravaggio nel 1596, è forse l'opera prima, di certo la più nota, di un genere artistico, quello della natura morta, che dal tardomanierismo in poi riscontrerà grande successo non solo in Italia, ma anche in Spagna, in Francia e nei Paesi Bassi.

Caravaggio compie una semplice quanto rivoluzionaria operazione: pone sotto i riflettori dell'attenzione pubblica un banale cesto di frutta, quella 'fiscella' che usualmente compariva in qualche angolo di scena animata da figure in azione.
Da semplice oggetto a soggetto, da anonima comparsa ad attore protagonista.
La pellicola del tempo sfuggente comincia a scorrere lenta; su di essa s'impressionano le immagini di mele, limoni, uva, tutte spie 'naturali' di un processo di corrosione in corso, inevitabile.
Di Caravaggio è comunemente apprezzato il realismo intransigente, lo scrupolo incessante a rendere quanto più verosimile l'artificio iconico della pittura. Se la mela è bacata, va dipinta bacata; se le foglie sono secche, vanno dipinte accartocciate.
Il pittore lo sapeva: la verità della natura non tollera correzioni di grazia. Deduciamo che se una banale buccia di mela può tradire le offese del tempo, la polpa racchiusa non può che essere 'morale'. Vanitas vanitatum.
Non dunque un capriccio beffardo tantomeno un esercizio di ammirevole virtuosismo. Piuttosto, un verbale di decomposizione.
Caravaggio s'intrattiene con cura nel precisare l'intreccio del cesto, nel modulare zone d'ombra e di luce, nel deporre disinvolto ogni acino di uva.
Quel raccolto di stagione è immagine di una natura violentata dal tempo, prossima alla fine, eppure ancora palpitante. La tragedia è servita. 

Giuseppe Falanga

 
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