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Bronzino, Ritratto di scultore
1540-1550, Parigi, Museo del Louvre

Bronzino, artista degli aristocratici, cantore dell’aristocrazia dell’arte. 
Dopo aver ritratto nel 1539 Cosimo I ed Eleonora di Toledo, tra il 1540 ed il 1550, il pittore fiorentino ritrae uno scultore, un giovane sconosciuto pigmalione – si è creduto fosse Baccio Bandinelli - ripreso di tre quarti con l’espressione patetica e compiaciuta di chi assume una posa di distaccata eleganza per attestare un’identità superiore più che illustrare il senso di un’umile missione, per ostentare il proprio stato sociale più che presentare la funzione civica del suo operare. Pur se ignoto, anzi proprio perché ignoto, il soggetto non fa altro che riconfermare l’estrazione ‘alta’ della committenza del Bronzino. Quel giovane è fermo, non ha ruolo, sveste i panni della fatica, veste quelli della pigra e depressa nobiltà. 

E tanto fermo ed immobile egli appare da sembrar lui stesso statua, fin tanto da impostare un rapporto inverso con la stessa opera che egli abbraccia. Lo scultore diviene scultura, la scultura s’anima della vita del suo stesso scultore. Per quanto lo stile si impreziosisca di fine ricerca psicologica, non si disinnesca nell’opera il gioco stravagante escogitato dalla più elementare – eppure ricercata, dunque illustre - forma d’arte manierista toscana. Più che la rappresentazione esaltata del genio qui par di fatto che sia resa con odiosa obiettività una presunzione d’ingegno, che gonfia la bravura di un fare artistico tuttavia anonimo, senza personalità e passione. Ad ogni modo, al di là d’ogni improvvisata sociologia, l’opera interessa anche per il fatto che il Bronzino ha dipinto una tavola in cui la pittura omaggia la scultura, sicché il quadro diviene il luogo d’incontro tra le due arti, al tempo in cui il dibattito circa la presunta supremazia dell’una sull’altra era più che mai infuocato da accanite e dotte dispute tra artisti, scienziati e letterati. Il Bronzino stesso ci ha lasciato uno scritto in prosa, una lettera inviata a Benedetto Varchi, nella quale egli afferma la superiorità della pittura rispetto alla scultura. Secondo lui, la pittura è superiore alla scultura perché la voluminosità dei corpi si trova già in natura, mentre la pittura riesce ad andar oltre il sembiante naturale delle cose, a riprodurlo in piano. Dilettosa predilezione per l’effetto illusorio della rappresentazione, come in fondo par confermare questo ritratto, che è mendace, perché troppo pulite e ben curate, esili e delicate, appaiono le mani ingioiellate del giovane per esser quelle di uno scultore che impugna scalpello e mazzuolo. Con una sola stretta, Michelangelo gliele avrebbe graffiate. Stesso tempo, ma altro paia di mani-che. 

Giuseppe Falanga

 
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