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Edvard Munch L’urlo
1893, Munchmuseet, Oslo

Per penetrare il senso dell’arte di Edvard Munch si potrebbe citare Ibsen o Strinberg: un filo rosso lega la tragedia dipinta dal primo a quella simulata nel teatro norvegese di fine secolo. Lasciata Oslo, il giovane pittore si reca in Francia e in Germania: è ben presto attratto dalla pittura di Gauguin, Van Gogh e Toulouse-Lautrec. Nel 1893 realizza L’urlo, nell’anno in cui la mostra di Berlino apre la via alla stagione del gruppo espressionista “Die Brucke”.
Che dire? Angoscia. Perso nelle cose che vede e tocca, l’uomo moderno urla la tragica scoperta: “il nulla esiste”. Se non esistesse, in quanto nulla, esso sarebbe chimera, fantasia breve, favola al buio; dal momento che esiste, scoperto in un istante accecante, d’improvviso, come buco nero che fagocita il reale, esso può raggelare i sensi, stordire, dis-perdere: è il male.

Munch rivela una verità tremenda e nell’urlarla, né al mondo né a se stesso, semplicemente urlandola, rivela che essa è ‘ovunque’. Una verità non posseduta, non descritta, ma partecipata, vissuta, tant’è che in essa si è coinvolti senza riscatto alcuno di paradigmi, misure, finzioni.
L’uomo è atterrito, angosciato, annichilito. Non ha volto, non ha sguardo: gli resta l’urlo, flebile atto di resistenza, eco incessante di una presenza svanita. Il declino delle false certezze è cominciato, Dio muore e con lui cedono le forze, si spegne il sole. Dall’entusiasmo allo choc: non è più Dio ad abitare l’uomo, ma l’uomo ad abitare il mondo.
Lo chiameremo ‘Io’ quel misero che urla, isola maledetta in mezzo a un tutto impazzito, fatto caos, tinto di rosso, viola, arancio. L’altare della gioia è diventato un ponte infinito, sospeso sugli inferi. Guai a cadere.





Giuseppe Falanga

 
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