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Mondrian, L’albero rosso
1908, Den Haag, Gemeentmuseum

Se la ragione cerca l’universale, lo spirito mira all’essenziale. 
È quanto viene da dire guardando a L’albero rosso dipinto da Piet Mondrian nel 1908.
Una rete fittissima di rami frammentano uno sfondo blu notturno, limpido e profondo, misterioso, quasi emanato a mo’ di energia gelida dall’albero che, maestoso, campeggia nell’oscurità, intrecciando coi suoi rami infiniti angoli di inquietante verità. È infatti dalle estremità convulse dei rami, è da quei nodi terminali di elettriche ramificazioni, che bisogna partire nella lettura dell’opera, ‘immaginando’ a ritroso di ricondurci al basso, fino alla radice, fonte di rossa luce. 
Presentato nel gennaio del 1909 allo Stedelijk Museum di Amsterdam, l’opera, subito avversata dalla critica del tempo, è basata su un impianto di tipo naturalistico, che risente della formazione accademica del pittore olandese, che dal 1911, trasferitosi a Parigi, si avvicina sempre più al Cubismo di Braque e Picasso, fino ad inoltrarsi nell’avventura astrattista, alla ricerca della forma essenziale delle cose.

Piet Mondrian attesta con quest’opera la potenza del cubismo e dell’astrattismo, manifestando sin dal principio la loro potenza eversiva e suggestiva, capaci entrambi di innescare sperimentazioni mediane che riveleranno di lì a qualche anno l’altra faccia delle figure, l’altro punto di vista da cui guardare il mondo, fosse pure un albero levato come obelisco di solitudine nella foresta dell’incoscienza. Una presenza impersonale, senza soggetto, sottesa al di qua della tela, quell’occhio invisibile che per l’appunto non c’è, ridotto a mina vagante senz’orbita, sospeso tra ipotesi ri-creative del mondo e simulazioni scientifiche di uno spazio sopraffatto dai suoi stessi modelli teorici.
La pregnanza simbolica del dipinto lascia quasi prefigurare gli esiti teosofici dell’iter intellettuale ed esistenziale dell’artista: ascendere ai gradi alti della coscienza, spezzare i vincoli della materia, elevarsi al cielo proprio come fa quell’albero, per scorgere al di là delle cose la ‘pura realtà divina’. E poi ridiscendere, di nuovo giù, alle radici di tutto. 

Giuseppe Falanga

 
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